lunedì, febbraio 08, 2010

Patologica timidezza - Consulenza online


vi ringrazio per questa iniziativa che ritengo molto utile a tutte le persone che sono in difficolta

vi espongo il mio problema , sono ormai un uomo di 41 anni , con un lavoro ma sento sempre di piu' la solidutine dovuta alla mia patologica timidezza ,che non mi permette di entrare in contatto con gli altri e soprattutto con le donne.
Timidezza che credo avere da sempre e che  mi ha messo sempre in difficolta' :da ragazzino per es. ero entrato nei boyscout ma ne sono uscito dopo alcuni mesi per l'incapacita' di stare nel gruppo e conseguentemente l'atteggiamento di scherno dei miei compagni a scuola pochi amici e soprattutto il passaggio all'universita' è stato fatale , non riuscivo a frequentare per paura di non parlare con nessuno ed essere considerato un tonto ,chisura incasa con pochissimi vecchi amici che poi si sono allontanati per farer la loro vita , e quindi solidutine e mancanza di rapporti con tutti , con le ragazze, neanche ci pensavo , non riuscendo a parlare nemmeno  con i ragazzi.Amori mai avuto uno , neanche nell'adolescenza ,mai ,neanche un bacio.Una laurea presa cosi' studiando chiuso in casa con genitori distratti che non vedevano o  volevano non vedere le mie difficolta' ,io stesso che non riuscivo allora ad esprimere il mio disagio ma mi rifugiavo nei sogni costruendomi una vita parallela e felice; qualche anno di disoccupazione  e poi un lavoro tenuto con grande difficolta' , sempre sottomesso e messo in disparte per il mio carattere troppo chiuso e debole.
Poi qualche anno fa la morte di mio padre, uomo molto chiuso ,irascibile  ma buono , con cui non sono riuscito pero' mai ad avere un dialogo , anzi ad un certo punto dai vent'anni in poi quasi non ci parlavamo piu' ma non per un fatto particolare ma per un mio sentimento di rancore per non avermi capito o avermi fatto cosi' e non avermi aiutato
Mi sento colpevole di non essere stato capace di costuire un rapporto con lui anzi , di essermi sempre allontanato perchè vedevo in lui le mie difficolta' di socializzare ,invece di unirmi per sconfiggere insieme a lui i problemi ! che errore
Ora senza un vissuto mi sembra ancora piu' difficile uscire da questa tristezza, mi sento  se possibile ancora piu' bloccsato di prima con un' ansia ed un angoscia che aumenta sempre piu'.
Come faccio ad uscire da questa situazione ? mi sembra impossibile ,spero che mi diate un consiglio giusto


Lettera spedita al sito ClinicadellaTimidezza.it secondo le modalità prescritte. Leggi il Disclaimer.

Grazie delle sue gentili parole. Nessun consiglio è veramente giusto o sbagliato: la sua efficacia dipende da quanto la persona che lo ha chiesto sia realmente disponibile a cercare, in quel consiglio, una via per uscire dalla sua situazione: seguendolo, modificandolo, stravolgendolo, ma facendo comunque qualcosa per uscire dal suo immobilismo.
Direi che, facendo un bilancio della sua vita, lei dovrebbe essere abbastanza contento di ciò che, fin qui, è riuscito a fare, malgrado le tante difficoltà: la laurea e il lavoro. Non è poco, sa? Questo è un ottimo punto di partenza per soddisfare il suo terzo obiettivo, cioè quello di trovarsi una ragazza e crearsi una famiglia.
Quanto all'avere rimpianti per quello che avrebbe potuto essere il rapporto con suo padre, ma non è mai stato, credo che questa sia un'inutile pena che lei aggiunge alla già difficile condizione del suo presente. Poiché non è più possibile cambiare le cose infatti, l'unico atteggiamento positivo è quello di analizzare le situazioni per come sono realmente andate, senza idealizzazioni, rimorsi o rimpianti. Come lei dice infatti, il rapporto non è stato costruito solo per sue manchevolezze: anche dall'altra parte vi erano delle reazioni aggressive esagerate, o esagerata indifferenza, che non permettevano certamente un dialogo costruttivo. Non escluderei che i vostri due caratteri, forse troppo simili, vi facevano vedere reciprocamente nell'altro il riflesso di voi stessi, traendone un senso di ansia, di paura e di insoddisfazione. Probabilmente quando le capiterà di diventare genitore avrà modo di rivivere queste sensazioni, anche se dall'altra parte, ed in quella occasione potrà comprendere molto meglio sia il vissuto di suo padre, sia le sue reazioni di figlio. Per fare questo però, c'è anzitutto da cercarsi una ragazza: non è detto che l'idea migliore sia cercarla tra la "pazza folla"; ha mai provato a chattare con una ragazza dicendole: mi piacciono le persone timide, perché lo sono anch'io... Tu come la pensi in proposito? E se non andasse bene il primo tentativo, ne faccia un secondo, poi un terzo e così via, almeno fino a 100. Statisticamente parlando potrebbe conoscere, così facendo, non meno di dieci ragazze interessanti per lei. Ci provi.


Dr. Walter La Gatta

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Immagine: Invisible Lens

Al limite della sopportazione - Consulenza online

È la prima volta che scrivo una lettera di questo genere e questo significa per me che sono arrivato al limite della sopportazione del mio problema. In breve penso di soffrire di depressione da circa quattordici anni, vivo ciclicamente periodi sempre più lunghi di pochissima voglia di "vivere", faccio fatica alzarmi al mattino, sono sempre stanco e dolorante, mi sento sempre triste e insoddisfatto, evito nel limite del possibile la mia relazione con i miei familiari e parenti, evito del tutto situazioni esterne che potrebbero mettermi in stati di ansia o fobia sociale che mi colpiscono periodicamente, insomma una gran sofferenza quotidiana! ... Purtroppo sono consapevole della causa e me ne vergogno perché mi sembra agli occhi degli altri "ridicola". Ho sempre avuto un rapporto con mio padre molto conflittuale fin da giovane, all'età di ventitré anni ho avuto la possibilità di arruolarmi nell'Arma dei Carabinieri e ho svolto servizio per un anno, dopodiché ho avuto l'occasione di fare firma e procedere in una rafferma di altri quattro anni. Arrivo al dunque: ho chiesto consiglio a mio padre, ricordo perfettamente quel giorno, non mi ha guardato neanche in faccia e ha sussurrato con voce disprezzante un commento sull'idea mia di seguire questa strada nell'Arma anziché studiare e andare all'università ... ho firmato la mia domanda di congedo e anche la mia condanna, tutti i giorni penso e mi pento amaramente di averlo fatto, è diventata un'ossessione quotidiana, ho cambiato diversi e svariati lavori (nonostante i vari successi ottenuti in tutti), ho vissuto all'estero per anni cercando di "fuggire" dall'Italia evitando di "vedere" il mondo dell’Arma, sono convinto che quella strada e tipo di carriera fosse il mio destino, ho avuto l'occasione di provarla (cosa per altro che non è facile per ragazzi del nord) e non ho accettato su un consiglio di una persona, mio padre! Vorrei morire, mi reputo una persona intelligente e anche di bell’aspetto, avrei occasione per avere tanti amici e faccio di tutto per nascondere questo stato di malessere, non ho mai avuto una ragazza perché so che non mi sopporterebbe ... rimango senza parole, purtroppo devo rassegnarmi e convivere con tutto ciò e soffrire ... grazie per l'attenzione buon lavoro.

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Gentilissimo,

Lei non è chiaramente contento di sé stesso, né della sua vita, ma sarebbe sbagliato cercare a tutti i costi un responsabile della sua situazione attuale. Sicuramente infatti suo padre non le avrà dato questo unico consiglio nella vita e sicuramente ai suoi consigli lei avrà risposto più e più volte di no... Dunque, poiché la firma su quel foglio l'ha messa lei e l'ha messa quando ormai era una persona matura e consapevole, ciò che deve fare è semplicemente assumersene la responsabilità. Guardare al passato e alle occasioni mancate non la condurrà da nessuna parte, così come tentare di fuggire da sé stesso, cambiando lavoro o lasciando il suo Paese d'origine. Provi a valutare, magari insieme a qualche esperto di orientamento, le sue potenzialità, le sue risorse, le sue competenze, i suoi punti di forza (così come le sue vulnerabilità, che fanno parte di lei e che non si possono oscurare), cerchi di darsi degli obiettivi e poi si impegni a realizzarli nel lavoro che sceglierà. Quanto al discorso della ragazza, che lei non si cerca perché "è sicuro" che dopo la ragazza non la sopporterebbe... Da che cosa nasce questa sua "sicurezza"? Se nasce da molteplici esperienze ok, se nasce dalla sua fantasia o dal suo pessimismo, questa sua "certezza" e non va tenuta, ovviamente, in minima considerazione...

Cordialmente,

Dr. Walter La Gatta

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Immagine: Voltaire

mercoledì, febbraio 03, 2010

Sentirsi brutti - La dismorfofobia

La dismorfofobia è la paura di avere un corpo brutto, non piacente. In realtà le persone che soffrono di questo disturbo non sono poi così poco piacenti come esse pensano, solo che tendono ad esagerare i propri difetti, concentrandosi solo su quelli e perdendo di vista la condizione generale. Un recente studio sull'argomento mostra che vi sono delle differenze nel modo in cui il cervello risponde alle immagini del proprio viso. Lo studio, pubblicato su  Archives of General Psychiatry, ricorda che il disturbo (BDD Body dysmorphic disorder) colpisce circa l'1-2 % della popolazione.
I pazienti che soffrono di questo disturbo vengono ospedalizzati nella metà dei casi, mentre un quarto di essi tenta il suicidio. Una malattia dunque abbastanza seria, di cui si sa ancora molto poco.

Jamie D. Feusner ed i colleghi della David Geffen School of Medicine, University of California, di Los Angeles, hanno studiato 17 pazienti con un disturbo di dismorfofobia e li hanno confrontati con un gruppo di controllo, composto di 16 persone della stessa età, sesso e formazione scolastica, che non soffrivano di questo disturbo.

I partecipanti sono stati sottoposti ad una risonanza magnetica (fMRI) nel momento in cui guardavano le foto di due visi: il loro e quello di un attore molto conosciuto . Sono state mostrate foto "naturali" e foto alterate con due metodi diversi, in modo da analizzare le differenti modalità di elaborazione visiva.

Nelle due versioni modificate, una aveva una bassa frequenza spaziale, dunque mostrava solo i tratti generali del viso, con la distanza fra i vari elementi che lo compongono; l'altra foto modificata era invece ad alta frequenza spaziale e riportava il viso in tutti i suoi dettagli, compresi macchie e peli.

Nel confronto con il gruppo di controllo si è visto che i soggetti con diagnosi di dismorfofobia hanno una attività cerebrale non regolare in alcune regioni del cervello associate con l'elaborazione visiva. Nell'osservare il proprio viso, sia nella forma normale, sia in quella alterata a bassa frequenza spaziale, essi hanno mostrato di avere un'attivazione insolita nel corpo striato, corrispondente al lobo frontale del cervello, che si occupa dei comportamenti di controllo e guida e della gestione delle emozioni in risposta agli stimoli ambientali.

L'attività cerebrale, in entrambi i sistemi di presentazione delle immagini, si è mostrata in correlazione con la severità dei sintomi. Inoltre, si è osservato che l'attività cerebrale del sistema del corpo striato variava in base al disgusto che i partecipanti provavano per l'immagine. Le attivazioni cerebrali superiori alla norma, specialmente nelle immagini a bassa frequenza spaziale, suggeriscono che il disturbo consiste fondamentalmente nella difficoltà di percepire ed elaborare le informazioni generali relativa ai volti.

L'incapacità di elaborare la forma del viso in modo corretto contribuisce a creare percezioni distorte del viso di questi soggetti, quando sono messi a confronto con la propria immagine: ad esempio essi potrebbero percepire in primo luogo i dettagli, essendo poi incapaci di contestualizzarli in modo olistico.

Vi è infine una certa somiglianza con quanto osservato su pazienti ossessivo-compulsivi, il che supporta l'ipotesi che fra le due patologie vi siano molte analogie.


Fonte: Health 24

Dr. Walter La Gatta

Immagine: Joe Madonna

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venerdì, gennaio 29, 2010

Minoranze sessuali e bullismo


Nel linguaggio sociologico le persone la cui identità e orientamento sessuale differiscono dalla maggioranza della società circostante vengono definite "minoranze sessuali". Ci si riferisce, ovviamente a gay, lesbiche, bisex, transgender, in relazione al gruppo maggioritario degli eterosessuali.

Un nuovo studio si preoccupa di queste minoranze sessuali nel periodo dell'adolescenza e nei rapporti fra pari. Presso il Nationwide Children's Hospital infatti è stata condotta una ricerca per cercare di comprendere come gli eterosessuali si comportino nei confronti dei coetanei non eterosessuali.

Secondo lo studio, che è ora disponibile online sul Journal of Adolescent Health, i giovani delle minoranze sessuali sono più vulnerabili a una serie di violenze fisiche e psicologiche (come il bullismo) e spesso sono afflitti da pensieri suicidari. Questi ragazzi "diversi" devono sopportare inoltre gli atti di bullismo molto più a lungo dei loro coetanei etero, per i quali la "tortura" finisce in età più precoce.

"Vi è la necessità gli operatori sanitari, e gli altri che lavorano con i bambini, sappiano che i giovani delle minoranze sessuali hanno maggiori probabilità di essere vittime di bullismo e altre forme di violenza", ha detto Elise Berlan, autore principale dello studio e medico presso l'Adolescent Medicine at Nationwide Children's Hospital, concludendo che è importante che i genitori trovino il tempo per comunicare con i propri figli di argomenti delicati come la sessualità, le relazioni tra pari e la violenza".

I ricercatori hanno esaminato il rapporto tra orientamento sessuale e bullismo sui dati dello studio Growing Up Today Study (GUTS), che include informazioni su oltre 7.500 adolescenti. Si è visto così che i giovani che si identificano come gay o lesbiche sono in genere poco propensi ad assumere dei comportamenti da bullo, mentre invece è frequente che essi di questo comportamento diventino vittime, anche attraverso l'isolamento sociale o le molestie. Fra i giovani delle minoranze sessuali si riscontra un elevato grado di depressione, pensieri suicidari e coinvolgimento in comportamenti ad alto rischio.

Gli studenti, i genitori, le scuole e le organizzazioni di comunità devono dunque lavorare, raccomandano i ricercatori, per creare ambienti che siano di sostegno e accettazione di tutti gli studenti, indipendentemente dal loro orientamento sessuale.

Fonte
Nationwide Children's Hospital via Medical News Today


Dr. Walter La Gatta

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Immagine: Antmoose

martedì, gennaio 26, 2010

Paruresis, o la sindrome della vescica timida


Bagni pubblici, affollati. Volete fare pipì ma non ci riuscite: vi vergognate, avete paura che gli altri sentano.... Il problema si chiama "paruresis" (o sindrome della vescica timida, o anche shy bladder syndrome) ed è la difficoltà ad urinare  in un luogo pubblico, oppure su richiesta, nell'ambulatorio di un medico.

Per la verità questi sono luoghi in cui tutti si sentirebbero un po' bloccati prima di urinare ed è normale avere qualche esitazione. Quando il blocco però si fa più serio, quando si va in bagno e proprio non si riesce a fare pipì, dovendo tornare a casa per liberarsi la vescica, si parla di pauresis.

Questo disturbo psicologico, che rientra nelle fobie sociali, riguarda soprattutto i maschi e si verifica nei bagni pubblici dell'aereo, del treno o anche in quelli del posto di lavoro. Nei casi più gravi, la semplice presenza di un coniuge o di amici nella casa può provocare un blocco.

Secondo studi americani, questo disturbo riguarda, nei diversi gradi di severità, dall'1% al 7% della popolazione. Se soffrite di questo problema il consiglio è quello di affidarvi ad uno psicoterapeuta, che si prenderà cura non solo di questo specifico problema, ma anche delle difficoltà che probabilmente avete nel relazionarvi con gli altri.

Altri suggerimenti possono essere quello di iscriversi ad una comunità online di persone che soffrono dello stesso disturbo (ad esempio Paruresis) oppure, incredibile, acquistare una specifica applicazione iPhone.

Pensate che il rumore di una fontana o di una cascata potrebbe essere sufficiente a sbloccare l'impasse? Se si, potete prendete in considerazione PeasyGoing, un'applicazione per iPhone che si propone di aiutare chi non riesce ad urinare nei luoghi pubblici. Si può scegliere fra questi toni: normale, pioggia o fontana.

"Non è affatto uno scherzo", assicura l' inventore del PeasyGoing, Tom Doch: per molte persone la difficoltà a urinare è un problema serio. La sua "invenzione", si potrebbe dire,  utilizza semplicemente un vecchio rimedio della nonna, quello cioè di aprire un rubinetto per stimolare la funzione.

In ogni caso, se lo strumento vi appare utile e per giunta funziona, possiamo dire che è buono...

Fonte e relativo Video: Le Matin


Dr. Walter La Gatta

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Immagine: Wonker

lunedì, gennaio 25, 2010

I problemi degli ambidestri


I bambini ambidestri, o mixed-handed, cioè coloro che usano indifferentemente la mano sinistra o quella destra per svolgere dei compiti, hanno maggiori probabilità di avere problemi psicologici, problemi di linguaggio e scarso rendimento scolastico. Lo afferma un nuovo studio pubblicato sulla rivista Pediatrics.

Gli ambidestri rappresentano l'1% della popolazione. Lo studio si è occupato di circa 8.000 bambini, 87 dei quali erano mixed-handed, ed hanno così scoperto che questo tipo di bambini, a 7 e 8 anni di età, avevano il doppio delle possibilità di avere difficoltà di linguaggio e problemi nei compiti scolastici, rispetto ai destrimani.

Quando questi soggetti raggiungono i 15-16 anni, corrono il doppio dei rischi di avere dei sintomi del disturbo di attenzione/iperattività (chiamato in gergo clinico ADHD) dei destrimani, presentando comunque sintomi più severi. Si stima che i soggetti che soffrono di ADHD siano all'incirca da 3 a 9 soggetti ogni 100, in età scolare.

Gli adolescenti stessi hanno riferito di avere delle grosse difficoltà nell'uso del linguaggio rispetto ai mancini o ai destrimani. La conclusione di questo studio è dunque in linea con i precedenti studi sulla dislessia, che arrivavano alle stesse conclusioni, affermano i ricercatori.

Non si sa ancora benissimo perché vi siano queste differenze fra soggetti che usano prevalentemente una mano o l'altra, (o entrambe), ma si sa che l'uso della mano destra è legato ad una dominanza dell'emisfero sinistro del cervello.Alcuni ricercatori dunque suppongono che, nel caso di soggetti ambiedestri, non vi sia una predominanza cerebrale di un emisfero sull'altro. Uno studio ha suggerito che l' ADHD possa essere legata ad una azione più debole della parte destra del cervello,  il che potrebbe spiegare perché alcuni studenti ambidestri possano avere sintomi di ADHD.

Poiché i bambini ambidestri sono pochi, è difficile studiare il fenomeno. In ogni caso, avvertono i ricercatori, sarebbe sbagliato assumere che tutti gli ambidestri abbiano problemi nel rendimento scolastico o sintomi di ADHD. La Dr Rodriguez correttamente avverte che nel loro studio i soggetti esaminati hanno mostrato maggiori possibilità statistiche di avere un determinato tipo di problemi, ma che sarebbe sbagliato generalizzare, dal momento che la gran parte dei soggetti studiati non ha mostrato di avere questo problema.

Dr. Walter La Gatta
Fonte: Eurekalert
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Immagine Chaps 1

mercoledì, gennaio 20, 2010

L'anello delle emozioni contro gli attacchi di panico


Una nuova ricerca pubblicata su ll'International Journal of Business Intelligence and Data Mining riferisce di un tentativo di sviluppare uno strumento per combattere gli attacchi di panico via web. Se ne stanno occupando Vincent Tseng e Bai-En Shie della National Cheng Kung University e lo psichiatra Fong-Lin Jang del Chi-Mei Medical Center, di Tainan, Taiwan.

Come ben sappiamo, vivere in una società industrializzata e tecnologica come quella attuale spesso ci porta a soffrire di malattie psicologiche. I disturbi più frequenti sono: ansia, disturbi ossessivo-compulsivi, depressione.

I disturbi di panico non vengono sempre diagnosticati correttamente, sebbene rappresentino una malattia cronica per un numero enorme di pazienti, i quali spesso devono recarsi in ospedale. Le loro paure psicologiche si trasformano infatti spesso in capogiri, dolori al petto, difficoltà di respirazione,  palpitazioni, ecc., sintomi spesso percepiti dal paziente come gravi problemi di salute, come attacchi di cuore o asma. Per questo chi soffre di attacchi di panico ricorre con frequenza al Pronto Soccorso (anche se non ve ne sarebbe la necessità).

La vita sociale e le attività di questi pazienti sono molto limitate, per evitare l'insorgere dei sintomi ed una qualità della vita così scarsa può portare facilmente a soffrire di depressione o all'abuso di sostanze.

Il team di ricerca sta però mettendo a punto uno strumento veramente interessante, che potrebbe essere utilissimo sia per gli operatori sanitari, sia per i pazienti. Si tratta di un anello senza fili che misura costantemente la temperatura corporea ed è collegato ad un sito web nel quale sono presenti degli operatori che possono prestare immediata assistenza al paziente, attraverso un cellulare, dove possono rispondere a delle domande o fornire informazioni, anche via web.

Il sistema permette inoltre al paziente di registrare le attivazioni fisiologiche del suo corpo (e le proprie autovalutazioni relative) in un data base. La registrazione della temperatura corporea è già un ottimo indicatore dello stato emotivo del paziente. Ai pazienti viene poi insegnata una tecnica di rilassamento mentale e muscolare, da applicare quando la temperatura corporea si innalza. Lo strumento funziona praticamente come un apparecchio di biofeedback, strumento che viene utilizzato da più di trenta anni e con efficacia, ma che ha il difetto di non essere attualmente uno strumento piccolo e maneggevole. I dati registrati saranno inoltre importanti anche per il personale sanitario che tiene in cura il paziente.

Il sistema è stato testato finora su dieci pazienti ed ha funzionato perfettamente per quanto riguarda il biofeedback. Ora c'è da mettere a punto un sistema adeguato di comunicazione perché operatore sanitario e paziente possano facilmente entrare in contatto, in qualsiasi momento.

Fonte: Shie et al. Intelligent panic disorder treatment by using biofeedback analysis and web technologies. International Journal of Business Intelligence and Data Mining, 2010 via Science Daily

Dr. Walter La Gatta

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Immagine: Bezrukov

martedì, gennaio 19, 2010

La timidezza si supera con l'età? - Consulenza online


Sono stata sempre molto timida e riservata, ma alla mia età (52)  il timore di non essere altezza e di fare brutte figure persiste.Ho sempre paura ad esprimere il mio giudizio sopratutto quando mi trovo di fronte a più persone e nel mio lavoro capita spesso ho paura di fare brutte figure, di sbagliare,e sono letteralmente colta dal panico.Con l'età non si dovrebbero superare questi problemi?Grazie

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Gentilissima,

Ha perfettamente ragione: con l'età molte insicurezze si superano,ma ce ne sono molte altre che invece persistono. La cosa importante tuttavia è rendersi conto che ogni giorno è diverso dal precedente ed ogni momento o situazione sono diversi da quelli che li hanno preceduti: noi cambiamo continuamente, a seconda di quello che facciamo, di come ci sentiamo, delle persone che abbiamo intorno.... Può accadere dunque che certi giorni la nostra performance sia migliore, altre volte peggiore, anche se la situazione sociale appare identica. Meglio evitare dunque di appiccicarsi un'etichetta fissa, come lei ha fatto in questa lettera... Dicendo a sé stessa che alcune volte ha una gran paura di fare brutte figure mentre altre volte si sente più sicura di sé, non solo potrà darsi un po' di coraggio, ma sarà molto più vicina alla verità... Infatti, le persone insicure tendono spesso a dimenticare gli episodi positivi o neutri, mentre le situazioni di disagio e le brutte figure vengono da loro amplificate ed esasperate, facendole diventare un pensiero ossessivo ed un tormento. Così facendo però, la realtà viene distorta e la fobia confermata. Provi a tenere un diario delle volte in cui le cose sono andate bene, benissimo o non troppo bene e vedrà che questi momenti di disagio le capitano in realtà molto meno spesso di quanto pensa.
Cordialmente,


Dr. Walter La Gatta

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Immagine: Pedroesimoes7

mercoledì, gennaio 13, 2010

Mi sento derisa quando divento rossa - Consulenza online


sono una ragazza di 21 anni; fin da piccola sono sempre stata abbastanza timida e riservata; tuttavia ho sempre avuto una ristretta cerchia di amici in tutte le fascie d'età. Mi trovo in difficoltà quando devo parlare in presenza di più persone. Al minimo imprevisto che mi capita divento rossa in viso.Oramai ci ho fatto l'abitudine ma mi scoccia molto il fatto che alcune volte la gente attorno a me si metta a ridere Ho paura di esprimere la mia opinione per timore di venire derisa. Oltre ad essere molto timida sono anche molto emotiva e non riesco ad avere una conversazione con toni pacati. Questo mi fa stare molto male.
Qualche consiglio?

Grazie in anticipo


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Gentilissima,

Eh si, è proprio vero... Buona parte dei problemi legati all'eritrofobia (la paura di diventare rossi) sono dovuti al timore di trovarsi in una situazione imbarazzante già vissuta, il cui ricordo è di per sé traumatico.
Se chi arrossisce non fosse preso in giro dagli altri e non fosse oggetto di battute ironiche, non si sentirebbe così in ansia quando si trova nella situazione di disagio e, con molta probabilità, riuscirebbe a prevenire o a controllare meglio il fenomeno. Poiché però si può fare poco o nulla per educare gli altri ad un comportamento sociale più rispettoso, l'unica cosa da fare è imparare, giorno dopo giorno, ad attribuire sempre minore importanza a queste sciocche risatine. Il mondo non si può cambiare, ma i pensieri che sono nella propria testa decisamente si!

Dr. Walter La Gatta

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Immagine: Sarniebill1

Scoperti i luoghi cerebrali dell'intelligenza emotiva


Le ferite di guerra dei veterani del Viet Nam hanno rivelato le parti del cervello in cui potrebbe essere localizzata la teorizzata (da Daniel Goleman) "intelligenza emotiva".

I veterani tenuti sotto osservazione si sono mostrati infatti piuttosto inadeguati nella intelligenza emotiva "esperienziale" (la capacità di giudicare le emozioni nelle altre persone), sia nell'intelligenza emotiva "strategica" (l'abilità di mettere in atto delle risposte sociali appropriate alle varie situazioni).

Jordan Grafman ed il suo team di ricerca,  del National Institute of Neurological Disorders and Stroke di Bethesda, Maryland, hanno somministrato dei test standard ai 38 ex soldati, oltre a prescrivere loro 29 controlli in un check up.

Diciassette soggetti del campione, quelli con le ferite nella corteccia pre-frontale dorsolaterale hanno avuto delle prestazioni peggiori nei compiti esperienziali, mentre si sono comportati secondo la media per le prestazioni nei compiti strategici. Negli altri 21 veterani, che avevano subito dei danni alla corteccia prefrontale ventromediale , la situazione si presentava al contrario. (Proceedings of the National Academy of Sciences, DOI: 10.1073/pnas.0912568106).

Il danno in queste regioni cerebrali non influisce dunque sul normale livello di intelligenza e questo dimostra che la gestione delle emozioni e l'intelligenza che è alla base della soluzione dei problemi, lavorano nel nostro cervello in maniera indipendente, in differenti aree cerebrali. 

Fonte: NewScientist

Dr. Walter La Gatta


Immagine: Peta de Azlan

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